La Caccia ver 2.0
Aria stantia, buio intorno a me, percepisco appena i contorni del luogo.
Dove mi trovo?
Devo schiarire la mente, sono molto stanca, affamata, sporca.
Perché è accaduto tutto questo?
Sono giorni che fuggo, ma verso dove? Quali speranze ho di sopravvivere?
Sono una pazza, potrei fermarmi e lasciare che mi prendano, non credo proverei dolore, loro vogliono solo uccidermi.
Non è vero, stupida, hai visto cosa hanno fatto al villaggio, hai visto come si sono comportati con le persone che ti erano care, sono stati uccisi tutti quanti, sono stati torturati, picchiati, massacrati senza alcuna pietà. Sono delle bestie peggiori di qualsiasi altra e provano piacere nell’uccidere.
D’altronde non hanno altro, sono limitati, non hanno reali sentimenti, sono solo degli oggetti senza scopo. Lo erano fino a poco tempo fa, ora uno scopo lo hanno trovato: distruggerci tutti.
E poi cosa faranno?
Come potranno continuare?
Come sperano di sopravvivere dopo averci distrutti tutti quanti?
Sono folli, ed ancor peggio noi ad averli sempre sottovalutati. Questo è il risultato: sono rimasta sola.
Non vi è più nessuno dei miei amici, dei miei cari. Non ho più neppure la forza di fuggire, vorrei solo restare qui, seduta, ad aspettare il sonno, per sempre.
Cosa è accaduto?
Lo immaginavo la stanchezza è troppa, sono rimasta addormentata, chissà per quanto tempo sono rimasta qua, non posso restare ferma a lungo o mi troveranno, devo muovermi, fuggire, trovare altri per avvertirli del pericolo, sempre che ci sia ancora qualcuno da avvertire.
Alzati, forza.
Devi farcela, non puoi restare ferma per sempre.
Dove sono? Che stanza è questa?
Una camera da letto, ridicolo, mi sono nascosta nel posto più stupido del mondo, è il primo posto in cui verrebbero a cercarmi. È anche il luogo in cui tutto ha avuto inizio.
La mia camera… ero lì a prepararmi per la serata quando tutto ha avuto inizio.
Un rumore sordo come di una bottiglia che viene stappata, ho creduto che stessero per festeggiare qualcosa invece quando mi sono affacciata alla porta ho visto l’orrore. I miei cari ridotti a corpi contorti, il sangue era ovunque, il terrore più assoluto mi ha colpito. Non ho potuto pensare ad altro che fuggire mentre intorno a me vedevo l’opera di quei folli assassini.
Come potrò mai dimenticare tanta crudeltà, tanta malvagità, tanta brutalità.
Noi non abbiamo fatto nulla di male, vivevamo in tranquillità nel nostro paese, lontano dalla città.
La città, chissà cosa è accaduto, chissà se esiste ancora una città come io la ricordo o se anche quella è divenuta un campo di battaglia per un massacro preannunciato. Vi sono cosi tante persone a me care in città, chissà se le rivedrò mai più.
Basta, basta con questi pensieri assurdi, devo reagire, non posso permettere che la paura mi paralizzi, devo usare la mia volontà come un’arma, come un sostegno. Non sono mai stata abile nell’impormi agli altri, come posso farlo con me stessa?
Non riuscirò mai a sopravvivere, forse riuscirò a fuggire ancora un giorno o due ma poi mi prenderanno e mi uccideranno come hanno fatto con i miei cari, mi strapperanno gli arti ridendo di me e della mia incapacità di difendermi, poi mi strapperanno il cuore e lo daranno in pasto ai loro infernali cani.
Un leggero scricchiolio fa scattare, come una molla troppo tesa, la ragazza. Un balzo improvviso verso l’angolo più remoto della stanza, schiacciata contro la parete, con tutti i sensi allertati fino allo spasmo.
Passa un minuto, e poi un altro e nulla accade, la tensione comincia a scemare, la curiosità inizia a farsi strada nell’animo della giovane.
Un passo verso la porta, poi un altro, attenta a tutto senza distinzione alcuna, si muove ferina come un animale braccato, quale effettivamente è consapevole di essere.
La stanza è buia ma lei sembra non farci caso, si muove con estrema grazia nonostante la paura gli attanagli le viscere.
Da quanto non mangia?
Ormai si è dimenticata da quanti giorni sta fuggendo, ormai sa solo più di vivere... al solo scopo di fuggire.
La mano esita prima di posarsi sulla maniglia della porta.
Gli occhi fissano la porta chiusa come se potessero penetrarla con la loro sola intensità.
Poi la decisione : ora o mai più è la scelta, è consapevole che se torna a nascondersi non uscirà mai più da quella stanza sconosciuta, da quell’oscurità minacciosa che sembra avvolgerla ovunque lei vada.
La porta scricchiola sinistra mentre lei la apre piano, le sue dite stringono la maniglia come se volesse stritolarla.
Un piccolo pianerottolo si apre davanti a lei con delle scale, ancor più scure e minacciose della stanza dietro di lei, che la minacciano di scendere verso l’ignoto.
Un passo difficilissimo quello per superare la soglia della porta, poi la discesa lenta, ma resa più facile dalla consapevolezza che ormai la decisione è presa.
Un piccolo atrio con una pesante porta di legno verso l’esterno, un salotto alla destra, pochi mobili, semplici, essenziali, una casa comune, di gente probabilmente povera e senza troppe esigenze.
Un rumore alla sinistra, un sussulto, due passi indietro sulle scale, come a cercare la sicurezza dell’altezza. Ma quale sicurezza poi?
Il rumore continua, come un piccolo animale, o forse più di uno.
Ora non è più la paura ma la curiosità ad avere il controllo della ragazza.
Animali?
Allora forse c’è qualcuno, forse potrà trovare da rifocillarsi, la fame, ora bisogna assecondare la fame.
Passi lenti, attenti, silenziosi come solo un animale a caccia saprebbe fare, lunghi momenti di tensione poi finalmente si affaccia alla porta della… cucina. Buffo che sia proprio la cucina il luogo in cui forse troverà del cibo, quale posto migliore in fondo?.
L’odore è insopportabile, fetore di morte e decomposizione.
Un topo, anzi più di uno, si stanno muovendo liberamente, ma vi è anche qualcosa di più grande, lo sente, lo percepisce.
A poco a poco entra nella stanza appena rischiarata da una luna che ormai sembra essere diventata la sua sola compagna.
I topi la guardano indispettiti poi si allontanano senza però lasciare la stanza. Sono loro ora i padroni della casa, lei è solo un fastidioso contrattempo.
Dietro la tavola li vede, sono a terra, gli arti piegati in pose troppo innaturali, il cranio, il cranio da cui sporge un grumo dal colore non ben definito, gli arti in parte mangiati ed in parte decomposti.
Poi lo vede, è lì fermo, attento, con gli occhi sbarrati dalla paura, come lei, come lei, anche lui è un animale in trappola. Un ragazzino di non più di dodici, tredici anni, la guarda con sospetto, con paura mentre è rannicchiato in un angolo.
Gli abiti sono sporchi, laceri, il suo odore di paura misto a sudore denota che è lì da giorni, solo l’odore della putrefazione dei cadaveri è più intenso, non è mai riuscito ad allontanarsi dai cadaveri di quelli che probabilmente erano i suoi genitori. Il suo cuore batte cosi forte che anche la ragazza può sentirlo.
Gli si avvicina lentamente, sinuosa come un serpente.
All’improvviso lui si lancia contro di lei stringendo un coltello da cucina in mano, uno di quello grandi con il manico di legno scuro, sicuramente faceva parte di un gruppo di attrezzi completo perché ha ancora l’anello di corda usato per appenderlo alla sua rastrelliera.
Lei è troppo affamata ed esausta per parlare, evita il colpo, lascia che il ragazzo prosegua la sua corsa spinto dallo slancio poi si nutre con quello che può.
I topi la osservano incuriositi per tutto il tempo, nessuno di loro si allontana o fugge come se sapessero che non hanno nulla da temere, come se sapessero di essere loro ora i padroni.
Anche la ragazza si guarda e si rende conto di essere sporca, imbrattata dai segni della fuga.
Ora si sente un poco meglio, forse è tempo di pensare a qualcosa di più futile come la sua persona.
Lentamente torna al piano superiore, la notte sta volgendo al termine, non vi è più fretta. Chiude bene le porte poi si dirige verso il bagno.
Con lentezza eccessiva si spoglia, apre l’acqua del bagno e vi si immerge, consapevole che potrebbe essere l’ultimo.
I profumi dei sali non riescono a fargli dimenticare il fetore dei cadaveri, l’odore della paura, la strafottenza dei topi, l’ansia della fuga, però a poco a poco il calore dell’acqua ha la meglio su di lei. Si assopisce in quella vasca, in quella stanza dalle serrande chiuse, al buio come se non volesse vedere più nulla, mentre fuori ha termine il crepuscolo mattutino ed uno stanco sole si solleva ancora una volta.
La testa si solleva piano dal coperchio del Water, ha passato quante ore in quella posizione?
Nascosta nell’angolo più buio del bagno per cercare quella sensazione di sicurezza che ormai sà di aver perso per sempre.
Svegliati, forza svegliati, non restare qui ancora. Devi trovare il modo di andartene. Che ore sono? Cosa ci faccio con un coltello in mano? Come se potesse servire a qualcosa contro quelle belve assassine.
La ragazza si solleva lentamente, fuori è di nuovo notte, ma di quale giorno si chiede.
Lentamente si dirige verso la vasca, lascia defluire l’acqua osservandola scendere in lenti mulinelli via via più veloci, come se fosse una delle cose più importanti della sua vita, forse l’ultimo appiglio a quella normalità che ormai ha perso già troppe volte.
Poi, quasi con delusione che l’acqua sia finita, si volta verso la porta, ascolta attenta i rumori, come se si rendesse solo ora conto di dove si trova. Infine si muove, raggiunge la porta, la apre, stavolta senza esitare, ormai è tardi per esitare e poi deve trovare dei vestiti, non può permettere che gli assassini la trovino senza abiti.
Indossa degli abiti comodi, come se dovesse andare a fare una gita in campagna. Jeans un poco troppo larghi per lei, ma li stringe con una cintura di cuoio da uomo, una camicia lunga che annoda sopra l’ombellico, un ultimo barlume di estetica, quel gusto per il bello che forse non potrà mai più esercitare. Non serve altro, è estate, fa caldo, troppo caldo, un’afa insopportabile, resa ancor più pesante dalla situazione.
Scarpe da ginnastica nere con una specie di fulmine a copiare il simbolo di un marchio ben più famoso, quel marchio che sfrutta bambini innocenti dall’altra parte del mondo, ci pensa rapidamente mentre le allaccia ed altrettanto rapidamente accantona il pensiero. Sta per scendere quando ci ripensa e torna nel bagno, il coltello è ancora lì sul lavandino, lo afferra e lo infila, provetta esploratrice, nella cintura, pronto ad essere usato come una sciabola di altri tempi. Poi si ferma a guardare lo specchio. Chissà quali pensieri passano per la sua mente in quel breve istante. Apre l’armadietto li a fianco e prende i trucchi, inizia a truccarsi con grande cura.
Lascerò un ricordo di bellezza ai miei assassini, almeno questo me lo devono.
Ora scende le scale con maggiore baldanza, non teme più il rumore prodotto dai topi, ora non ha più paura degli scricchiolii, ora ha deciso di vivere, di combattere, di vendere cara la propria pelle come direbbero in uno di quei film stupidi e spocchiosi realizzati apposta per le masse ignoranti.
Ritorna in cucina, osserva i cadaveri come volesse dar loro un ultimo saluto poi si gira verso i topi osservandoli con tristezza, conscia che fra pochi istanti saranno nuovamente gli indiscussi padroni della casa.
La porta per il mondo è lì davanti a lei, eppure pare cosi lontana, quasi irraggiungibile.
I passi sono sempre più incerti e corti mentre si dirige verso di essa, come se tutta la sicurezza di prima stessa scivolando via da sotto le nuove scarpe che ha indossato.
Eppure lei è forte, agile, veloce, armata, chi può spaventarla?
Tutti pensa, tutti coloro che incontro possono distruggermi, annientarmi con il semplice ricordo di quanto è successo.
Triste, con una rossa lacrima che gli scende dal viso apre la porta e si dirige verso l’esterno bella e radiosa come può esserlo solo una dea immortale.
Verso i suoi assassini che la stanno aspettando con le croci in mano.
Verso i suoi assassini pronti a trafiggere il suo cuore con i loro paletti di frassino.
Verso i suoi assassini pronti a distruggere l’ultimo vampiro della loro terra.














Comments
Mah
Avrebbero potuto implementare un rendering html standard invece di imporre una formattazione tutta loro, da una parte dicono che si può usare il tag font e poi non lo fà e via dicendo.
Speriamo migliori in futuro è piuttosto riduttivo dover scrivere con un solo font, senza colori, senza dimensionamento del testo e via dicendo.
L'unico appunto che farei è di stile, se mi permetti. Nel pezzo in cui scrivi i suoi pensieri sei troppo letterario. L'effetto di identificazione è rallentato, si capisce che scrivi, invece secondo me l'effetto dovrebbe essere più diretto: i suoi pensieri senza alcuna mediazione.
Sia chiaro che anch'io ho lo stesso problema. Non è facile scrivere in questo modo, non è facile creare l'identificazione totale.
La parte di racconto mi è parsa più scorrevole, più naturale.
Non ti arrabbiare! E' una critica costruttiva!!!!
Buonanotte!
--
"Quando penso a tutti i libri che mi restano da leggere ho la certezza di essere ancora felice" Jules Renard
anzi ti ringrazio.
In effetti il racconto era stato scritto per i miei giocatori di vampiri ed ero caduto pesantemente nella trappola della troppa prolissità.
Come vedi è la versione 2 ma evidentemente non basta ancora. ^____^
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